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Di Terra

Il carattere ‘originario’ dell’opera d’arte come evento non deducibile dall’esistente, rappresenta l’elemento concettuale forte che collega,[read more=”Read More”less=”Read Less”]pur nel diverso assetto linguistico e formale, le opere installative a quelle della fase seguente: l’attenzione dell’artista si focalizza sulla scultura e sulla pittura e insieme sulle questioni che tali linguaggi comportano, mantenendo attivo il rapporto con lo spazio come elemento con cui l’opera intreccia relazioni al di là di qualsiasi intenzione rappresentativa. Tutto può essere rimesso in questione e viene, dunque, consapevolmente rimesso in questione poiché la morte di ogni fondamento sovra-sensibile del mondo sensibile comporta l’autonomia del “sensibile” e perciò dell’arte sopra ogni cosa. Le opere sono esito di una processualità, nell’orizzonte di un sapere materiale e finito, e incorporano in sé e nelle proprie strutture le forme della riflessione. È in questo orizzonte che ‘accadono’ come puri eventi, come “vane forme della materia”, opere quali le quattro grandi sculture in terracotta, alabastro, terracotta invetriata, presentate a Volterra in occasione di una personale dell’artista a Palazzo dei Priori o come quelle dello stesso periodo: Probabile Blu, Questo quello è, Due volti e uno, Se la spassa nel fuoco, Fortepiano, Cratere, Di Terra, Carbone + Carta, Carta + Oro + Tela, Tela Cartone + Ossido di ferro, Combustione. Tutte sono fortemente contrassegnate da uno statuto linguistico ambiguo, esito dello sconfinamento reciproco tra scultura e pittura. L’unità dell’opera tende in questo ciclo di lavori a frantumarsi, ad aprirsi da tutti i lati, a farsi improbabile e problematica. Essa è “presenza” che si serve di tutti i giacimenti sparsi, ignoti, fluttuanti; profondità che è designata come materialità dal nome degli elementi, che vengono come liberati e innalzati nella loro essenza; oscurità elementare che si fa presente, non dissipata, ma sciolta e resa visibile; essa è dunque uno “schiudersi”, uno “sbocciare”. A differenza dell’oggetto che scompare nel suo uso, rinvia al suo valore utile, l’opera annuncia ciò che è, ciò di cui è fatta. L’alabastro, il ferro, il legno, il vetro, la luce divenuta colore nella pittura, rendono visibile e presente la loro natura e la loro materia; l’elementare si illumina e quando l’opera “avviene” il fondo è come presente, come attratto verso il giorno: la notte degli elementi procede verso la luce. La segreta vitalità, la forza e il mistero che pervade l’opera è quella del “nulla” da cui procede, un nulla che si è deontologizzato e si è convertito dal piano dell’essere e dell’identità al piano metodologico di una funzione, di un indice che si applica al divenire storico della finitezza. Presentando una personale di Ascari nella galleria “Uta Van Marwyck” a Monaco nel 1984, Vittorio Fagone parlava di riflessione “colta”. “Una pittura colta – diceva – dell’esperienza della moderna arte visuale dove le esperienze dello spazio dinamico dell’environment hanno un chiaro valore, si aprono ad una concezione vitalistica della pittura come spazio di relazione. In questa prospettiva, l’analisi del campo pittorico diventa luogo di riconoscimento della trasparenza e delle condensazioni di segnali minimi, zona di deposito, mentale e fisico, di concrete memorie sfuggenti, spazio di apparizioni di segni, all’apparenza labili, ma carichi di un forte potere di indicazione di senso… La pittura di Ascari… produce in noi l’idea di una spazialità aperta ad una visione del mondo per memorie senza contorni e per segni non sigillati. Il processo di riconoscimento nel quale è impegnato chi guarda va a stabilire un confine mobile che dà definizione al campo della pittura e chiara, ma non chiusa, leggibilità, ai segni di cui questa è affollata”. Dentro questo percorso, nelle opere che segnano la sua attività a partire dalla fine degli anni ’80, Ascari sembra aver privilegiato la pittura come luogo autosufficiente dando la parola, soprattutto, ai valori puri del colore che pur intrattenendo un rapporto dialettico con gli elementi segnici, diventano protagonisti assoluti di queste ultime opere. I segni zampillando dalla materia colorata, in una continua fioritura, volteggiano nel colore come in una danza di fantasmi ossia, alla lettera, di “apparizioni” che mimano nei loro geroglifici gli aerei e spesso inafferrabili sensi del mondo. Il pigmento colorato applicato al muro secondo la tecnica della frescatura viene strappato e riportato su tela interagendo con una trama sottile e minuta di segni che, pur mantenendo la loro specifica natura, sembrano impercettibilmente trasformarsi nella voce del colore, nel brusio sommesso, scomposto, indecifrabile della materia organica colorata; sono, alla lettera, bisbigli di un altro mondo che si fa presente, e che, dall’oscurità elementare da cui proviene, procede verso la luce.
I pigmenti, il ferro e tutti gli altri materiali che costituiscono le opere declinano le loro proprietà trasformandosi in un ritmo che si dipana dal loro mondo chiuso e impenetrabile: in questo luogo remoto, lontano dal rumore del mondo eppure con esso implicato vive la voce sottile del colore.
La terra, l’elemento tutto terrestre del colore è “prodotto” ossia portato in primo piano come la sempre rinnovata ricchezza della fisicità che, enigmaticamente, ha una sua storia, non storica, una storia “naturale”, che si dà come sempre rinnovato deposito di possibili interpretazioni. La profondità della materia per un attimo si schiude, l’elementare si illumina e l’opera “momento di folgore” avviene come un balenio di luce su cui il buio subito si richiude.[/read]

Di Terra. Terracotta, 400x50x50 cm, 1986 [S0003]
Da sinistra a destra
Carbone + Carta. Tecnica mista su carta intelaiata, 140×87 cm, 1986
Tela + Carbone + Ossido di Ferro. Tecnica mista su tela, 138×86 cm, 1986
Carta + Oro +Tela. Tecnica mista su tela, 138×86 cm, 1986