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Vayu

“Questa vita, cercandone il senso, è passata quasi tutta. Ancora me lo chiedo che senso abbia e uno straccio di risposta non mi viene. Ricerca infinita e infinito fallimento.[read more=”Read More”less=”Read Less”]Di quest’incapacità Vayu è paradigma: orci senza fondo. Cos’è un vaso senza fondo? Che te ne fai? Niente. Ti ricordi Eolo? Custodiva le anfore in cui Zeus aveva rinchiuso i venti. Vasi capaci di contenere l’incontenibile. Questi invece sono orci senza capacità. Sono fatti così, fatti per non contenere. Niente. Irrimediabilmente vuoti, li attraversa il vento. Stanno lì, vani, a dimostrare tutta la loro assoluta, irreparabile vanità.”
Vayu, come Odradek, Fiori e Insiemi Instabili, appartiene a un gruppo di lavori in cui la molteplicità degli elementi “in assenza di un ordine riconoscibile evidente – come dice l’autore – sembra rispondere a una pura esigenza di crescita; quasi seguissero un loro impulso segreto, si espandono là dove trovano minore resistenza”.
La forma – le infinite, mutevoli forme in cui il vivente si manifesta – è frutto di questo impulso che non conosce quiete, mosso da una volontà generativa incontenibile che pare non avere altra finalità se non quella riproduttiva.
In Vayu, venti elementi di forma simile, ma di diversa misura, sono collocati a terra in ordine sparso. Il titolo dell’opera è una parola sanscrita traducibile con “vento”, “aria”, “corrente”. Si tratta di orci, di contenitori senza fondo che pertanto, paradossalmente, non possono contenere nulla. Vasi destinati a non essere riempiti, la cui forma evoca e al contempo nega la dialettica vuoto-pieno che caratterizza la forma e la funzione di ogni contenitore. Attraversati dall’aria, questi orci evocano il vuoto e insieme la sua irrappresentabilità.[/read]

Vayu. Terracotta, 20 elementi, dimensioni variabili, 2008 [S0027]