2015 Quiescente Obliqua I

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Quiescente
Obliqua
2015

I due video – “Q.O.1” e “Q.O.2” – sono stati realizzati da Ferruccio Ascari a partire dai materiali visivi e sonori della installazione/dance-performance Quiescente Obliqua 1981-2015[read more=”Read More”less=”Read Less”]presentata in occasione della mostra Luce: Scienza Cinema Arte promossa dall’Università di Parma per il 2015, proclamato dall’UNESCO Anno Internazionale della Luce. Quiescente Obliqua fu presentata per la prima volta alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma nel gennaio del 1981. Elemento fondante di quest’opera, esemplare del clima di ricerca di quegli anni, l’interazione tra diversi piani linguistici attraverso l’attivazione di una fitta trama di rapporti tra movimento corporeo, luce, suono, spazio. Come allora, in questa nuova versione è in scena Gustavo Frigerio: il suo corpo in danza, la sua voce animano la partitura/architettura di segni luminosi realizzata da Ferruccio Ascari attraverso la proiezione nello spazio di una serie di vetrofanie che ‘costruiscono’ un ambiente virtuale: gli elementi visivi si intrecciano alla suggestione delle emissioni vocali e della traccia sonora prodotta, per questa specifica occasione dal compositore Nicola Ratti. Questi sono anche gli elementi costitutivi dei due video: attraverso una ricomposizione dei materiali visivi e sonori della performance nei 4′ e 11”’di durata il protagonista compie una sorta di viaggio nella memoria e nel tempo a partire dalle suggestioni offerte da alcune frasi estrapolate dall’Ulisse di Joyce che, trasformate da Ferruccio Ascari in scritture di luce, come lampi attraversano la scena.[/read]

Intervista a Ferruccio Ascari di Marco Marcon cliccando qui

 

Quiescente Obliqua. Dance performance, mixed media, Palazzo del Governatore, Parma, 2015 [PE0019]
Fotografie di Donata Clovis

Quiescente Obliqua II. 04’12”, 2015 (teaser 01’14”)

2015 Related Video: Vibractions 1978-2012

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Vibractions
1978-2012

[Video]

Attraverso materiali recenti e d’archivio il video ripercorre due diverse versioni di Vibractions, installazione-performance del 1978 riproposta in una nuova versione nel 2012 a Casa Anatta, presso Monte Verità,[read more=”Read More”less=”Read Less”]in occasione di una personale dell’artista nel Museo d’Arte Moderna di Ascona.
Vibractions, installazione-performance presentata per la prima volta a Milano nel febbraio del ‘78, vedeva indissolubilmente congiunti elementi visivi e materiali sonori, in un percorso analitico che partiva da una riflessione sulle categorie di spazio e di tempo. Paradossale assunto di fondo era quello di ‘misurare’ lo spazio architettonico attraverso il suono o, meglio, di trovare un suo equivalente sul piano sonoro. Work in progress, site specific, Vibractions è stata nel tempo riproposta in luoghi diversi, con esiti ogni volta differenti in relazione alle specifiche caratteristiche dello spazio. Il video copre un arco temporale che va dal 1978 al 2012 attraverso materiali d’archivio e di recente produzione che restituiscono il clima del tempo, il suo trascorrere, ma anche la vitalità dell’assunto di fondo di un’opera capace ogni volta si rigenerarsi in relazione al luogo che la ospita.[/read]

Video correlato: Vibractions 1978-2012. 06’34”, 2015

2015 Memoriale Volubile Video

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Memoriale
Volubile

[Video]

Memoriale Volubile, I Capitolo di Restless Matter, prende avvio da un’installazione realizzata da Ferruccio Ascari, in una sua prima versione, nel 2009 a Darmstadt in occasione di una sua personale nel Museo Schloss Lichtenberg.[read more=”Read More”less=”Read Less”]L’opera, secondo una processualità che caratterizza il lavoro dell’artista, è stata successivamente declinata in una serie di varianti in relazione al diverso luogo in cui è stata ospitata. Gli elementi che la costituiscono, come accade in questo video, subiscono una continua trasmutazione: sono oggetti/sculture leggere e inquietanti in cui entrano in relazione senza conciliarsi trasparenza e opacità, bellezza e rovina; forme che mantengono un legame con il mondo organico, ma sembrano anche appartenere ad un regno alieno. Il titolo – Memoriale Volubile – getta una luce sulla genesi dell’opera: l’orrore per la serie di disastri ambientali che hanno costellato la nostra epoca e insieme la volontà di mantenerne viva la memoria contrastando la dimenticanza, l’assuefazione al disastro. Si tratta, come afferma l’artista a proposito del titolo “dell’accostamento di due parole di senso opposto: ‘memoriale’ che attiene al ricordare o al far ricordare e ‘volubile’ che, al contrario, riguarda il volgersi altrove, lo scordare […] Una locuzione che oscilla tra un’impossibile coincidenza dei contrari ed il loro irrisolvibile conflitto”. La traccia sonora, elemento significativo di questo video in stop motion, è tratta da Vibractions, un’installazione sonora di Ferruccio Ascari del 1978.[/read]
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Intervista con Ferruccio Ascari, Febbraio 2009[read more=”Read More”less=”Read Less”]

Memoriale Volubile: che significa?

Eʼ una locuzione contraddittoria ricavata dall’accostamento di due parole di senso opposto: ‘memoriale’, che attiene al ricordare o al far ricordare, e ‘volubile’ che, al contrario, riguarda, il volgersi altrove, lo scordare. Una locuzione inventata unendo due parole di significato contrastante, che oscilla tra unʼimpossibile ‘coincidenza dei contrari’ ed il loro irrisolvibile conflitto.

In questa mostra troviamo Memoriale Volubile impresso sulla copertina di alcuni libri bianchi collocati allʼinterno di teche e, inoltre, su scatole di cartone che sorreggono sculture di rete metallica: un titolo dunque che si ripete, differenziandosi soltanto per il numero seriale che lʼaccompagna. Puoi spiegare che tipo di serialità questo titolo indica?
Titolo e immagine, nome e cosa sono, qui, inscindibili. La locuzione Memoriale Volubile spiega – nella sua irriducibile ambiguità – lʼimmagine, la cosa, tanto quanto queste ultime spiegano la locuzione. Questa relazione incrociata si dispiega nella ripetizione, nella serialità: la serialità cui “parola e cosa” rimandano è una serialità tragica che è sotto gli occhi di tutti. Eʼ la serie infinita di disastri ambientali di cui abbiamo perso il numero e di cui, comunque, non possiamo perdere la memoria. Eʼ proprio lʼoscillazione tra la memoria e la sua cancellazione la contraddizione che Memoriale Volubile, a suo modo, indica.
Libri sotto teca, sigillati, che non si possono sfogliare…
… libri dellʼorrore, libri illeggibili, memoriali la cui copertina reca soltanto lʼimmagine di un luogo, il suo nome – Chernobyl per esempio – e la data di quel disastro. Niente altro. Basta comunque, ritengo, ad evocare un orrore che nessuna coscienza può tollerare.
Sculture leggere e, insieme, inquietanti. Oggetti simmetrici, ma di una simmetria pencolante, sbilanciata, cose come sullʼorlo di un precipizio. Come in pericolo eppure pericolose. Cose in cui entrano in relazione, senza conciliarsi, trasparenza e opacità, bellezza e rovina. Puoi dire cosa ti ha mosso ad inventare delle simili forme?
Eʼ stato dʼimprovviso, come se, dʼun tratto, avessi sentito il bisogno di partire, di fare un viaggio. Lasciare quello che stavo facendo. Andare via: un viaggio mentale, un viaggio tremendo. Ho cominciato a navigare in rete alla ricerca di quei luoghi della memoria, di quei luoghi dellʼorrore: Vajont, Seveso, Bhopal, Mururoa… viaggio interminabile, allucinante. E concretissimo. Niente di virtuale. Un giorno ho preso a scaricare dai siti che andavo visitando alcune immagini di quei luoghi. Un numero crescente di foto di quei disastri. Sempre di più. Un gesto compulsivo, come dettato dalla paura che il numero di quelle immagini dovesse essere infinito e dalla disperata volontà che avesse una fine…
… si tratta delle immagini che compaiono sul frontespizio dei libri bianchi collocati nelle teche… e le sculture?
Ho sentito come insopportabile lʼassuefazione al disastro, il pericolo che quei luoghi potessero essere dimenticati. Quei luoghi, il nome di ciascuno di quei luoghi, dovrebbe essere ripetuto ad alta voce, ogni giorno… Eppure la voce, la parola non basta. Perlomeno a me che gioco con la forma…
…giochi?
Sai di una cosa più seria del gioco?
Dʼaccordo. Ma torniamo a quelle forme, alla loro inquietudine, alla loro genesi…
… una forma, prima di rappresentare qualsiasi cosa, si presenta, si espone. Necessariamente. Questa sua necessità dʼesporsi mi affascina. Mi affascina perché presuppone un celarsi. Senza questo celarsi nessun dis-velamento, nessuna manifestazione sarebbe concepibile, non vi sarebbe alcun ‘venire alla luce’. Stessa dialettica, stesso gioco tra parola e silenzio. Ma sto divagando…Tu vuoi sapere qualcosa intorno alla loro nascita: ho pensato a delle forme disponibili a farsi monito (forse anche a diventare monumentali), che tentassero comunque di opporsi alla tendenza a dimenticare. Ho voluto accostarle a quei nomi, a quei luoghi, a quelle date appunto come un monito.
La scelta di collocare queste sculture su delle scatole di cartone dà lʼidea che siano appena giunte da chissà dove o che stiano per partire: puoi parlarmi di questa installazione?
ll rapporto tra una scultura e la sua base è raramente un rapporto facile. Per la verità è un rapporto difficilissimo. Di solito colloco direttamente per terra i miei lavori. In questo caso però le sculture, soprattutto quelle di piccole dimensioni che dichiaravano con più evidenza un loro carattere progettuale, non riuscivano a star per terra, pretendevano che le si guardasse da una diversa prospettiva. Quello di poggiarle su delle scatole che avevo in studio è stato il gesto più semplice, naturale ed ha funzionato. Permane un che di transitorio in questa collocazione. Cʼè, come tu giustamente osservavi, una volontà di muoversi, di traslocare, come unʼurgenza…
Consentimi ancora una osservazione: queste forme di rete metallica, mi paiono in qualche modo collegabili ad un immaginario scientifico… una scienza in cui sembra essersi insinuata una disposizione maligna. Mʼinganno? Normalmente tu usi materiali naturali. Nella maggior parte del tuo lavoro è possibile scorgere una relazione con il mondo dell’organico… E se anche le forme qui esposte potrebbero, è vero, appartenere ad un qualche regno naturale, si tratterebbe, comunque, di un regno alieno, di una natura come scaturita da una mente in cui domina una sorta dʼinquietante ossessione scientifica…
… non tʼinganni. Devo ammettere che una forma naturale mʼinterroga, solitamente, più di quanto non faccia un manufatto o un prodotto industriale. Una forma naturale è facile mi chieda: lo sai da dove vengo, lo sai perché ho la forma che ho, puoi prevedere la forma che, trasformandomi, assumerò, lo capisci cosa mi muove? Io so di non saperlo: èʼ proprio questo che mi spinge a lavorare. Nel mio lavoro, ad ogni modo, mi sento libero dʼusare qualsiasi cosa mi serva a dire quello che voglio dire, senza alcuna limitazione pregiudiziale. Qui, in Memoriale Volubile, la natura alla quale mi volgo è una natura ferita, offesa. Una natura in agonia. Unʼagonia che è impossibile separare da quella “inquietante ossessione scientifica” cui alludevi. Esposte a quella ossessione, queste forme ne sono contaminate. Dicevi “un regno alieno”: no, qui sei in errore. Se queste forme dicono di unʼalienazione, quell’alienazione, quella follia non è di un altro, ma di questo mondo. Sono forme di pazzia: forme pazze di dolore. Un dolore insopportabile. Che non è più possibile sopportare.
Dunque, a ben vedere, in questo tuo ultimo lavoro, possiamo, in fondo, scorgere una posizione politica?
Posso essere io adesso a porti una domanda? A ben vedere, cʼè qualcosa che gli uomini facciano o subiscano – coscientemente o incoscientemente – che venga fatta o subita al di fuori dalla politica?[/read]

Memoriale Volubile. 04’21”, 2015 (teaser 01’01”)

Memoriale Volubile, Backstage, 01’31”, 2015
Il video mostra le fasi di lavorazione che hanno condotto alla realizzazione di Memoriale Volubile: dai bozzetti in carta alle sculture in rete metallica sino al loro ‘prendere il volo, ’ frame by frame’, nello studio dell’artista. La traccia sonora del video si sviluppa secondo un ‘crescendo’ e poi un ‘diminuendo’ delle sonorità scaturite dai materiali durante la loro lavorazione.

2015 Mano Armonica Video

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Mano
Armonica

[Video]

Partitura musicale scritta sulle dita delle mani, eseguita per la prima volta a Milano nel 1978 nell’ambito della installazione/performance Vibractions.[read more=”Read More”less=”Read Less”]L’opera è stata più volte ripresa dall’artista fino al 2012 in diversi luoghi e con diverse varianti.
Il video prende le mosse da un’opera omonima del 1978 costituita da venticinque scatti fotografici della mano dell’artista. Le dita, piegate in diverse posture, sono supporto di una scrittura musicale eseguita per la prima volta nell’ambito di Vibractions, installazione sonora-performance del medesimo anno, successivamente riproposta con diverse varianti e in diversi spazi. L’ultima versione è del 2012. In questo video la traccia sonora e il movimento delle mani sono ancora un volta strettamente correlati: il movimento delle dita genera la partitura e la partitura diviene traccia sonora dell’animazione dei venticinque scatti fotografici.[/read]

Mano Armonica, 03’09”, 2015 (teaser 0’50”)

Courtesy: Museo del Novecento – Milano

2015 Luogo Presunto Video

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Luogo
Presunto

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Il video prende spunto, come già negli altri casi, da un’installazione omonima: un insieme di architetture fragili, filiformi si dispongono senza un ordine apparente nello spazio[read more=”Read More”less=”Read Less”]e sembrano rispondere ad un puro impulso di espansione. Si tratta di palafitte, come le definisce l’autore, dalla stabilità incerta che hanno un rapporto precario con il suolo. Archetipi di edifici che da un momento all’altro potrebbero prendere il volo. La garza che ricopre alcuni di essi può suggerire l’idea della malattia, ma anche del riparo, della protezione necessaria nei confronti di qualcosa di fragile e precario.[/read]
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Elena Scardanelli intervista Ferruccio Ascari[read more=”Read More”less=”Read Less”]

Questo video prende spunto, come già negli altri casi da un’istallazione omonima: un insieme di architetture fragili, filiformi che si dispongono senza un ordine apparente nello spazio e sembrano rispondere ad un puro impulso di espansione. Edifici elementari, di incerta stabilità che hanno un rapporto precario con il suolo. Archetipi di edifici che da un momento all’altro potrebbero prendere il volo. Cominciamo dal titolo: ‘Luogo Presunto’. Dunque un luogo immaginario, di cui non è certa l’esistenza, che ha la stessa consistenza di un miraggio, di un sogno. Mi sembra di avvertire in questa tua opera, a partire dal titolo stesso, un rimando a Borges alla sua poetica e in particolare ad una raccolta di poesie edita in Italia con il titolo Carme Presunto. E’ un intuizione fondata?
Si, hai ragione…Proprio in questi giorni sto rileggendo alcune cose di Borges. Sono rimasto colpito da ciò che in un suo scritto afferma a proposito della poesia. Te lo posso leggere: “Ogni poesia è misteriosa; nessuno sa interamente ciò che gli è stato concesso di scrivere. La triste mitologia del nostro tempo parla della subcoscienza ovvero, ciò che è anche meno piacevole, del subconscio; i greci invocavano la musa, gli ebrei lo Spirito Santo; il senso è lo stesso” Mi pare che questa affermazione di Borges possa essere estesa anche all’arte, o perlomeno a come io concepisco l’impulso che sta all’origine dell’atto artistico. Si tratta anche per me di qualcosa di misterioso, di una specie di chiamata che non si sa da dove viene cui ci si sente obbligati a rispondere, come se non si potesse fare altrimenti…
La poetica di Borges prende avvio da visioni, ricordi, presagi che hanno il fascino di situazioni puramente immaginarie, di miraggi che sconcertano: in una prospettiva infinita, in una gamma di sensazioni e di immagini che sembrano appartenere più alla materia di cui sono fatti i sogni che alla realtà. E’ la stessa materia di cui sembra essere fatta anche questa tua opera, sia l’installazione che il video che ne hai tratto. Me ne puoi parlare?
Ci sono immagini, provenienti da chissà quali lontananze, che mi s’installano in testa e vi restano, come in incubazione, magari per anni. Di solito le lascio stare, evito di ’toccarle’, tanto lo so che hanno bisogno di tempo. Arriva un certo giorno in cui le mani, prese da improvvisa urgenza, cominciano a muoversi come per volontà propria, con sicurezza inusuale… ecco allora che quelle immagini mentali, con una rapidità che sorprende me stesso, assumono forma. Una sorta di fissazione tutta mentale, che non ho scacciato, ma neanche particolarmente alimentato, d’improvviso prende corpo. Comincio a battere sull’incudine del filo di ferro che ho a tiro, ne faccio quattro verghe vagamente diritte, le saldo rusticamente assieme e le verghe prendono la forma che forse le aspettava: palafitta. Di fronte alla prima delle palafitte, che poi andranno a costituire Luogo Presunto, mi sono trovato così, come di fronte ad una presenza improvvisa e comunque ben nota. Una presenza esile, tentennante: la tocchi e vacilla. Continua a tremare, ci mette un bel pò a tornar ferma. Penso: questo lo voglio filmare. Anche quando è ferma continua comunque a dire tutta la sua instabilità.
Perché la palafitta?
Forse proprio per via di questa sua presunta instabilità, per via della sua apparente precarietà questa preistorica architettura mi ha affascinato fin da bambino. Casa tra terra e cielo. Rifugio sospeso, ad evitare il contatto, a proteggere forse più della costruzione solida, fondata, ben piantata in terra.
I materiali di Luogo Presunto sono il ferro e la garza di cotone: quale relazione stabiliscono tra loro materiali con nature così distanti?
La garza è ferita, scottatura da curare, proteggere. La garza è malattia, protezione, ospedale… ma è anche trasparenza, levità, carezza.
Mi hai raccontato che da bambino sei caduto in un grande recipiente colmo di acqua bollente e che le gravissime scottature riportate su tutto il corpo ti hanno fatto stare tra la vita e la morte per diversi giorni… non è difficile supporre che fosse proprio la garza a proteggere il lettino della tua degenza e il tuo corpo di bambino moribondo.
Non so quanto quell’episodio possa esser messo in relazione con i materiali che ho usato in Luogo Presunto… non posso escludere che tale relazione possa esservi. Ad ogni modo quando ho cominciato a lavorarci, quelle esili architetture si presentavano come scheletri traballanti, fatte di fil di ferro e di aria… la garza è arrivata dopo, per intuizione, come scesa dal cielo a dar corpo a quegli scheletri, senza aggiungervi un peso, un’opacità che non avrebbero sopportato.
Non è quindi un caso che nel video la garza piova proprio dal cielo sulle quelle strutture…
Temo che ciò che chiamiamo ‘caso’ altro non sia se non ciò che non comprendiamo o di cui abbaiamo scordato l’origine.[/read]

Luogo Presunto. 01’43”, 2015 (teaser 0’29”)

Luogo Presunto, Backstage, 02’00”, 2015
Il filmato documenta attraverso una serie di sequenze montate con ritmo accelerato scandito da un metronomo le fasi di lavorazione di Luogo Presunto rivelandone gli elementi costitutivi.

2015 Luogo Presunto

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Luogo
Presunto I

Luogo Presunto. Ferro e garza, dimensioni variabili, 2015 [S0033]

2015 Libro Muto Video

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Libro Muto
[Video]

Dietro questo video c’è una storia: il ritrovamento da parte dell’autore di alcuni vecchi libri di storia e geografia in Braille[read more=”Read More”less=”Read Less”]e di alcuni diari di bordo redatti quotidianamente dall’ufficiale incaricato di fare il ‘punto nave’ sul ‘Vittoria’, bastimento in viaggio, nel 1936, dall’Italia all’India.
Anni dopo il ritrovamento i fogli di quei libri e di quei quaderni sono stati usati dall’artista per una serie di disegni e di guazzi. Come lui stesso afferma “ogni segno che veniva impresso sulla quella scrittura per ciechi o sui quei calcoli astronomici oltre a violare l’ordine del discorso di quei fogli, ne era a sua volta decisamente influenzato”. Il libro che li contiene, di cui sono stati mantenuti formato e rilegatura originari è, per usare le sue stesse parole, “una specie di viaggio nel viaggio, [ presenta ] una stratificazione di linguaggi, un accumulo di segni generatori di contraddizioni e consonanze impreviste”. Libro Muto, il video che da questo libro prende origine, ripercorre pagina dopo pagina le tappe di questo viaggio mentale che nasce dall’intreccio di diversi piani: quello umano evocato da una serie di silhouette in diverse posture yogiche che compaiono in sovrimpressione sulle pagine del libro; quello naturale nominato tramite le sagome di vegetali che, tracciate su quelle stesse pagine, a loro volta intercettano il piano celeste attraverso gli stralci dei quaderni di calcolo del diario di navigazione. Un ipertesto le cui singole parti, in segreta relazione tra di loro, rimandano ad un tutto di cui il libro, significativamente destinato ai ciechi, è trasparente metafora.[/read]
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Intervista a Ferruccio Ascari[read more=”Read More”less=”Read Less”]
Questo video prende le mosse da un libro e dietro il libro c’è una storia singolare. Me la puoi raccontare?
Diversi anni fa venni in possesso di una cassa di vecchi libri destinati al macero, conteneva tra l’altro dei testi di storia naturale e geografia in Braille e alcuni diari di bordo puntigliosamente redatti dall’ufficiale faceva quotidianamente il ‘punto nave’ sul ‘Vittoria’, motonave in viaggio nel 1936 dall’Italia all’India. La cassa restò comunque chiusa nel mio studio per diverso tempo. Un giorno l’aprii e cominciai ad usare i fogli di quei libri e di quei quaderni per una serie di disegni e di guazzi.
Il libro da cui il video è tratto non ha titolo e il titolo del video è “Libro Muto” Cosa hai voluto dire?
Il riferimento al Mutus Liber, il libro di Alchimia pubblicato in Francia nella seconda metà del 1600, non è casuale, è anzi esplicita: anche questo mio libro, come quello, è fatto di sole immagini e può darsi vi sia, pur se non così esplicita, qualche consonanza.
Cosa ti ha spinto a usare i fogli di un libro di geografia per ciechi e le pagine del diario di bordo di una nave, ossia dei quaderni di calcoli astronomici, come supporto per dei disegni e dei guazzi?
Alcuni processi, per quanto possano essere innescati consapevolmente, procedono poi in modo non del tutto prevedibile: ogni segno che veniva impresso sulla quella scrittura per ciechi o sui quei calcoli astronomici, oltre a violare l’ordine del discorso di quei fogli, ne era a sua volta decisamente influenzato. Ne veniva fuori una specie di viaggio nel viaggio, una stratificazione di linguaggi, un accumulo di segni generatori di contraddizioni e di consonanze impreviste… Come dice il poeta, Al andar se hace el camino…
Ogni libro è in un certo modo un viaggio, un viaggio nell’immaginario, nella mente dell’autore se si tratta di letteratura, comunque un viaggio di conoscenza se si tratta di saggi o più semplicemente di manuali. Il tuo libro è una sorta di ipertesto: in sovrimpressione sulle pagine stampate in braille o su quelle del diario di bordo compaiono una serie di silhouette umane in diverse posture yogiche, così come organismi vegetali dalle forme curiose, aggregazioni di cellule in espansione e anche stormi di uccelli in volo. Quello che sei andato costruendo è un universo complesso, in continuo movimento, dove ogni singola immagine rinvia ad un’altra in un gioco continuo di rimandi non espliciti, segreti. Qual è la rotta che hai seguito, o meglio che tipo di viaggio hai voluto far compiere a chi sfoglia le pagine del tuo libro o a chi guarda il video “Libro Muto“?
La rotta tracciata dal “Vittoria” in navigazione verso l’India nel ’36 è stata per me una grande suggestione, un viaggio mentale… cui però si sovrapponevano viaggi che intanto facevo realmente. Per vent’anni, ogni anno mi sono infatti recato in India per studiare il Sāṃkhya e praticare Yoga. Anche le piante che disegnavo su quelle pagine erano in parte reali e in parte immaginarie, lo stesso si può dire di altre figure. Non mi sono posto ad ogni modo la questione di che sorta viaggio potesse fare chi avesse sfogliato quelle pagine perché questo libro l’avevo concepito come una specie di diario personale.
Ciascuna delle immagini che compaiono in questo libro è anche all’origine di una serie di tuoi lavori o, meglio, di veri e propri cicli di opere: una modalità peraltro tipica del tuo percorso artistico. E’ come se ciascuna delle immagini che troviamo nel Libro contenesse un nucleo ideativo, fosse una specie di cellula germinale da cui quei cicli di opere sono scaturite…Sei d’accordo?
La maggior parte di questi miei ultimi video prendono le mosse da una precedente opera: un’installazione ambientale oppure una serie di foto, di disegni, di guazzi. I video sono come la continuazione di un’idea con altri mezzi: la camera è rivolta non già fuori, verso la così detta realtà esterna, ma guarda all’interno di un lavoro precedente; un tale sguardo fa da propulsore per un’ulteriore messa in moto della stessa idea di cui era espressione. Alcune linee di forza che avevano trovato modo di manifestarsi in un certo modo trovano qui, nei video, un altro campo linguistico attraverso il quale continuare a esprimere ciò che eventualmente hanno ancora da dire. Detta in altri termini: una parte di quei segni non intendeva rimanere relegata nel segreto di quei fogli.
Che relazione esiste tra il flusso di immagini che scorrono nel video e la traccia sonora che lo accompagna?
La traccia sonora lungo la quale il video si snoda deriva da un altro mio vecchio lavoro. Più di trent’anni fa registrai per una trasmissione della Rai (Fonosfera, RAI, Radio I) che dava spazio alla ricerca di artisti che lavoravano col suono, alcuni brani. Tra questi brani vi era Virage che poi avrei usato in Libro Muto. Partii dal foglio di una partitura per piano; la strappai in tanti piccoli frammenti; ciascun frammento venne eseguito in un ordine casuale; l’ultima fase del lavoro consistette nel ‘decapitare’ le note cancellando dal nastro magnetico i colpi del martelletto, conservandone solo le vibrazioni. Un lavoro, in qualche modo ‘incompiuto’, che risuona, dopo tanti anni, all’interno di un nuovo lavoro: del resto credo che tutti i miei lavori possano dirsi ’incompiuti’, frammenti di un tutto chissà se destinato mai a trovare una qualche sorta di compimento …
Mi pare di poter dire che sia il libro privo di titolo che ‘Libro Muto’, il video, siano in fondo solo due diversi aspetti, quasi due ‘maschere’, di un’unica opera in continua metamorfosi, in un continuo gioco di riflessi… Ho pensato che in qualche modo tutto ciò abbia a che fare con l’alchimia. Mi sbaglio?
Chi può dirlo?[/read]

Libro Muto. 04’25”, 2015 (teaser 01’32”)

2015 affreschi strappati

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Senza Titolo. Affresco riportato su tela, 90×100 cm ca., 2015 [A0238]

Senza Titolo. Affresco riportato su tela, 90×100 cm ca., 2015 [A0239]

Senza Titolo. Affresco riportato su tela, 90×100 cm ca., 2015 [A0240]

Senza Titolo. Affresco riportato su tela, 90×100 cm ca., 2015 [A0241]