1989 Affreschi StrappatiTesto

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Affreschi
Riportati
Su Tela

LA MAIN VOLANTE
Giorgio Verzotti
Fannette Roche-Pezard, nel suo saggio sui disegni di Lucio Fontana (1), prelude alla sua profonda analisi con un’emblema, l’immagine della “main volante”. Probabilmente, Fontana disegnava senza appoggiare il polso e l’avambraccio al tavolo: solo così sembrano spiegarsi la levità del tratto, la sua velocità pure altamente incisiva nel definire le immagini e, infine, l’alto valore energetico dei progetti spazialisti.[read more=”Read More”less=”Read Less”]Ora, non voglio in nessun modo avvicinare il lavoro di Fontana a quello di Ferruccio Ascari, e non per altro, ma perché le ricerche dell’uno sono tutt’altra cosa da quelle dell’altro, e così gli strumenti e le finalità. Tuttavia, è questa l’immagine che mi tornava in mente quando ho visitato, in studio, le recenti opere di Ascari: la mano volante. Non per una affinità formale, ho detto: i disegni di Ascari non sono emanazioni nervose di un’energia creativa febbricitante, non alludono all’immaterialità, sono invece sostanziati di materia, solo che la loro sembianza allude ad una materia, e ad un universo, felicemente alieno. Si libra al di sopra del tempo, si congiunge con la atemporalità dei simboli. Se è per questo, anzi, invita il lettore ad un’opera di decifrazione che, si sa dall’inizio, non sarà mai risolutiva.
Quanto al lavoro pittorico, che qui consideriamo come centrale, neanch’esso si libera dal peso della materia, e ne è integralmente sostanziato. L’affinità che ricercavo si esplica, naturalmente, sul piano dell’atteggiamento dell’artista nei confronti della propria opera. Nel taglio di Fontana, gesto mirato a portare fra noi l’idea dell’assoluto, non c’è un soggetto che si esprime: c’è un’alterità che “si mostra”. Il soggetto suscita questo mostrarsi, diviene un operatore di messa in forma. L’atteggiamento di Ascari non è dissimile: nel suo caso, l’artista per così dire si mette da parte, e lascia che la forma si mostri. Ciò che l’artista fa appartiene alla dimensione del progetto, a quella preminenza dell’atto mentale che connatura tutta l’arte contemporanea. Ecco un procedimento antico, l’affresco, immediatamente coniugato con una pratica di conservazione ad esso collegata, lo strappo. L’artista si riappropria di ambedue le tecniche: sui muri del proprio studio procede alla preparazione del supporto, dopo aver preparato i colori, che stende secondo le modalità tradizionali della pittura a fresco. Lo strappo costituisce in un certo senso la validazione dell’opera, che perciò non basta a se stessa senza questa operazione seconda. L’artista tematizza un procedimento tecnico, l’opera diviene un discorso sulla sua propria processualità, su un tempo di lavoro specifico, su una procedura depositata dalla tradizione e costantemente riattualizzata. Il colore, il segno, e le accidentalità che il procedimento comporta, tutti gli elementi dell’opera risultante, fanno testo alla stessa stregua, non esiste gerarchia, e il senso è una possibilità.
Il lavoro non attesta una presenza, e neppure un’assenza, perché tutto ha origine dal progetto, dallo studio delle relazioni fra i vari elementi della lingua e fra essa e la sua “base” materiale, la tecnica. L’artista si fa da parte, lascia parlare gli elementi, solo preordina le modalità del loro apparire. È presente come operatore della lingua, è assente come sua ridondanza: non “si esprime”, misura una differenza e una critica rispetto alle retoriche dell’espressività che hanno contrassegnato le estetiche degli ultimi anni, e della cui temperie per altro non ha mai fatto parte integralmente.
Un altro versante di operatività è toccato con i dipinti che inglobano nella loro struttura superfici metalliche. In questo caso la composizione viene costruita in insiemi calibrati di materiali eterogenei, artistici e non, tradizionali e non. Il progetto verte su regole di euritmia che, come nel caso di Burri, e da Burri in poi di molti, verte sul porre accordo nel discordante, tende ad un assetto squisito dell’opera, ad una sua aulica nominazione. Le tele e i metalli sono giustapposti, come corpi non estranei l’uno dall’altro ma neanche del tutto familiarizzabili, stanno gli uni accanto agli altri scambiandosi reciprocità e attestando differenze.
Due anime pare si cimentino all’interno del campo pittorico, un’anima razionale, leggibile nelle scansioni regolari delle superfici, un intento costruttivo leggibile come traccia, impronta, eco, segnale; e per contro un’anima irrazionale che si contenta di lasciar trapelare, come si usa dire dell’inconscio, quella che è la fenomenologia autonoma della materia. Le superfici metalliche recano segni di usura, e di quanto altro pertiene alla loro morfologia; le superfici pittoriche accorpano ogni fattore segnico, da quelli determinanti a quelli casuali, con fare vagamente “noncurante”, come direbbe Boetti: ciò che è compreso non fa problema. L’opera insomma tende ad un suo compimento, questo si, non è il puro attestato di un’attività pulsionale. Tuttavia, l’artista viene dopo, il suo progetto sta alle spalle di ciò che vediamo.
Ciò che vi sta di fronte dipende anche da noi, dalle relazioni di senso che vogliamo o meno inverarvi, ed è comunque proiettato nel territorio del possibile. Come altro definire questo lavoro, se non come l’opera della “main volante”?
1) F. Roche-Pézard, “Fontana ou la main volante” in Fontana, centre Georges Pompidou, Paris, 1987.[/read]

Scorcio dello studio dell’artista.
E’ visibile al centro un affresco ultimato; sulla parete di destra parte di un dipinto in via d’esecuzione.
L’artista dipinge direttamente sul muro, poi con la procedura dello “strappo” distacca il dipinto e da qui prende avvio quel gioco combinatorio – lastre di ferro + ossidi affresco staccato e riportato su tela – da cui nascono le sue opere di questi ultimi anni.

2015 affreschi strappati

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Senza Titolo. Affresco riportato su tela, 90×100 cm ca., 2015 [A0238]

Senza Titolo. Affresco riportato su tela, 90×100 cm ca., 2015 [A0239]

Senza Titolo. Affresco riportato su tela, 90×100 cm ca., 2015 [A0240]

Senza Titolo. Affresco riportato su tela, 90×100 cm ca., 2015 [A0241]

2004 Affreschi strappati

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L’Ordine Dura un Istante. Polittico, affresco riportato su tela, 8 pezzi 90×100 cm ca. cad., 2004 [A0196]

Senza Titolo. Particolare, 2004 [A0053]

Senza Titolo. Affresco riportato su tela, 90×100 cm ca., 2004 [A0053]

Senza Titolo. Particolare, 2004 [A0195]

Senza Titolo. Affresco riportato su tela, 90×100 cm ca., 2004 [A0195]

Senza Titolo. Affresco riportato su tela, 90×100 cm ca., 2004 [A0077]

Senza Titolo. Affresco riportato su tela, 90×100 cm ca., 2004 [A0096]

Senza Titolo. Particolare, 2004 [A0194]

Senza Titolo. Affresco riportato su tela, 90×100 cm ca. cad., 2004 [A0194]

Senza Titolo. Particolare, 2004 [A0192]

Senza Titolo. Affresco riportato su tela, 90×100 cm ca., 2004 [A0192]

Senza Titolo. Affresco riportato su tela, 90×100 cm ca. cad., 2004 [A0193]

Senza Titolo. Polittico, affresco riportato su tela, 4 pezzi 90×100 cm cad., 2004 [A0205]

2002 Vayu

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Vayu

Vayu è l’elemento Aria. Di natura erratica, la qualità che lo caratterizza è quella del movimento. Grigiazzurro il suo colore. L’esagono la forma che gli attiene.[read more=”Read More”less=”Read Less”]Anahata è il suo chakra, il centro del cuore. Il suo mantra è YAM. Quello del tatto il senso ad esso corrispondente. Le mani, la pelle, tutto il sistema dei muscoli sono governati da Vayu. L’area che va da dal cuore al centro tra le sopracciglia è quella su cui si concentra, in Tattwashuddhi, l’attenzione del praticante. Coscienza, intelligenza, memoria sono di sua pertinenza nella sfera della psiche e della mente. Vigyanamayakosha è il suo kosha, corpo di conoscenza. Il suo soffio vitale è Udana, corrente pranica la cui energia opera nella regione del collo e del capo. Maha Loka il suo dominio, piano a cui accede il perfetto. Il Nord è il suo punto cardinale.
Tattwa è anche un cammino, un percorso: ogni opera individua una tappa all’interno di esso.[/read]

Vayu. Pittura a secco su muro, 270×300 cm 2002 [TW0004]

Vayu. Particolari, 2002 [TW0004]

2002 Akasha

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Akasha

Akasha è l’Elemento Etere. Di natura composita, la qualità che lo caratterizza è la pervasività. Il suo colore è l’insieme di tutti i colori. Il cerchio la forma che gli attiene.[read more=”Read More”less=”Read Less”]Suo chakra è Vishuddi localizzabile in corrispondenza del plesso cervicale. Il suo mantra è HAM. L’udito il senso da quest’Elemento governato. Quello delle emozioni è l’ambito cui esso sovrintende. Presiede inoltre al funzionamento delle corde vocali e delle orecchie. L’area che va dal centro fra le sopracciglie all’apice della calotta cranica è quella sulla quale è orientata l’attenzione del praticante durante Tattwashuddhi. Prajna – conoscenza metafisica – è facoltà da Akasha governata. Anandamayakosha è il suo ‘corpo’ – coro di beatitudine e di coscienza sovramentale -. Vyana è il suo soffio vitale, corrente pranica la cui energia pervade l’intero essere. Esso non sottostà ad alcuna direzione indicata dalla Rosa dei Venti.
Tattwa è anche un cammino, un percorso: ogni opera individua una tappa all’interno di esso.[/read]

Akasha. Affresco riportato su tela, 2002 [TW0004]

Akasha. Particolari, 2002 [TW0004]

1999 Dittici

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Dittici

Senza Titolo. Dittico, affresco riportato su tela, 2 pezzi 43×57,5 cm cad., 1999 [A0206]

Senza Titolo. Dittico, affresco riportato su tela, 2 pezzi 43×57,5 cm cad., 1999 [A0207]

Senza Titolo. Dittico, affresco riportato su tela, grafite, 2 pezzi 43×57,5 cm cad., 1999 [A0208]

1997 Affreschi Strappati

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Senza Titolo. Affreschi riportati su tela, 80×100 cm, 1997 [A0035]
Senza Titolo. Affreschi riportati su tela, 80×100 cm, 1997 [A0032]
Senza Titolo. Affreschi riportati su tela, 80×100 cm, 1997 [A0027]
Senza Titolo. Affreschi riportati su tela, 80×100 cm, 1997 [A0030]
Senza Titolo. Affreschi riportati su tela, 80×100 cm, 1997 [A0028]
Senza Titolo. Affreschi riportati su tela, 80×100 cm, 1997 [A0026]
Senza Titolo. Affreschi riportati su tela, 80×100 cm, 1997 [A0031]
Senza Titolo. Affreschi riportati su tela, 80×100 cm, 1997 [A0045]
Senza Titolo. Affreschi riportati su tela, 80×100 cm, 1997 [A0034]
Senza Titolo. Affreschi riportati su tela, 80×100 cm, 1997 [A0029]
Senza Titolo. Affreschi riportati su tela, 80×100 cm, 1997 [A0037]
Senza Titolo. Affreschi riportati su tela, 80×100 cm, 1997 [A0033]
Senza Titolo. Affreschi riportati su tela, 80×100 cm, 1997 [A0036]

1995 Prithvi

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Prithvi

Prithvi è l’elemento Terra. Sue qualità sono la pesantezza e al forza di coesione. Giallo il suo colore. Il quadrato la forma che gli attiene.[read more=”Read More”less=”Read Less”]Il chakra corrispondente a questo elemento è Muladhara, localizzabile nel corpo maschile nel perineo, in quello femminile nella cervice. I suo mantra è LAM. L’odorato è il senso da esso governato. Pelle, naso, vasi sanguigni, ossa, ano sono in relazione con Prithvi. La parte inferiore del corpo, dalle dita dei piedi sino alle ginocchia, è quella su cui è rivolta l’attenzione del praticante durante Tattwashuddhi. Prithvi sovrintende alla alla sfera dell’ego, alla coscienza di sé. Annamayakosha – corpo fisico – è il suo corpo. Apana è il suo soffio vitale – corrente pranica operante nella regione addominale – che presiede alle funzioni riproduttive ed escretorie. Bhu Loka – piano della terrestrità – è il suo dominio. L’Est il suo punto cardinanle.
Tattwa è anche un cammino, un percorso: ogni opera individua una tappa all’interno di esso.
A Verona è stato eseguito il primo affresco, Prithvi, terra.[/read]

Tattwa, Prithvi. Materiale fotografico, 1995 [TW0004]