2012 Vibractions

×    

20
12

Vibractions
2012

Le sculture e le installazioni di questo periodo sono affiancate da opere su carta, spesso di grandi dimensioni: benché riprendano questioni che attraversano tutto il lavoro dell’artista,[read more=”Read More”less=”Read Less”]alcuni di questi lavori ci accostano più intimamente alla sua sfera personale, quasi alla sua fisicità. Si può parlare di una vicinanza, di una prossimità che si espone allo sguardo, in un ciclo di lavori intitolati Respiro. I grandi fogli di carta allineati su registri sovrapposti sono attraversati da fasci di linee sinuose che sfuggono verso i margini. Chi guarda è attratto dalla loro sottigliezza e insieme dalla loro evidenza, che fa ingannevolmente pensare a sottili filamenti, a capelli applicati sulla carta. Il segno è in realtà ottenuto con l’inchiostro, ma – come spiega l’artista -tale risultato è possibile solo attraverso una particolare disposizione fisica e mentale: “Per produrre questo segno è necessario un gesto compiuto con un pennello speciale, a setole lunghe, intinto nell’inchiostro. L’inchiostro che le setole trattengono viene scaricato con un gesto ampio, fluido, continuo. È importante il respiro: l’espirazione accompagna tutto il tragitto del segno sulla carta e l’aria contenuta nei polmoni viene scaricata in sincronia con lo scaricarsi dell’inchiostro di cui le setole sono imbevute. Le linee che attraversano il foglio hanno un loro andamento. Quelle modulazioni possono essere assimilate a quelle di un sismografo: la punta del pennello registra uno stato interiore come il pennino del sismografo registra i movimenti tellurici o quello dell’encefalogramma l’attività cerebrale”. È il respiro, dunque, il suo ritmo, che determina il movimento fluido delle linee che attraversano i fogli.[/read]

Vibractions 2012. Installazione ambientale, mobili, corde armoniche, pelliccia, Milano, 2012 [PE0017]

Vibractions 2012. Performance sonora, Spazio O’ Milano, 2012 [PE0017]

2012 Casa Anatta

×    

20
12

Casa Anatta
[Non Io]

Nel 2012 Ferruccio Ascari riprende, nelle stanze di Casa Anatta a Monte Verità, Vibractions, una sua installazione sonora del 1978.[read more=”Read More”less=”Read Less”]Come avveniva in questo suo lavoro degli anni ’70 anche qui vengono tese da parete a parete delle corde armoniche e la casa – al suo interno interamente in legno – diviene un anomalo strumento musicale ‘suonato’ dall’artista. Questi quattro video costituiscono un progetto che riproduce nella virtualità della video-installazione la performance realizzata nel 2012 nelle quattro stanze di Casa Anatta.
Anatta (“Non Io” in lingua Pali) è il nome di una casa ‘speciale’ edificata nel 1904 a Monte Verità in Svizzera. Speciale perché è stata il fulcro delle esperienze artistiche, filosofiche e spirituali che si sono svolte a Monte Verità a partire dai primi anni del ‘900, dando vita ad una straordinaria stagione culturale proseguita sino alla metà del secolo scorso.
Secondo una processualità germinativa tipica del lavoro dell’artista, il materiale sonoro e visivo prodotto in quell’occasione è all’origine di Anatta [Non Io], un progetto di video-installazione sonora. La video-installazione è costituita da quattro video che riproducono i quattro ambienti della casa che si affacciano sulla sala centrale. Al soffitto è appesa una gabbia con due uccelli. Ciascuna stanza, percorsa da corde vibranti, si trasforma in una cassa armonica, un anomalo strumento musicale che viene ‘suonato’ dall’artista. Le specifiche caratteristiche volumetriche delle quattro stanze interamente rivestite di legno, la loro diversa risonanza, sono all’origine di un flusso sonoro ininterrotto. Come accadeva nella installazione del ’78, e in quella più recente del 2012, le sonorità sono letteralmente generate dallo spazio, ma ulteriori elementi si insinuano nella trama di questa video-installazione. La qualità del suono si coniuga con la severità essenziale delle immagini in bianco e nero: l’intreccio tra questi due piani riporta in vita un luogo rimasto chiuso per anni che appare come sospeso nel tempo e sembra suggerirne, attraverso una molteplicità di indizi, di stratificazioni di senso, l’essenza segreta.[/read]

Casa Anatta [Non Io]. Videoinstallazione, 4 canali, 17’17”, Monte Verità, 2012 [PE0018]
Casa Anatta [Non Io]. Installazione sonora/performance, Monte Verità, 2012 [PE0018]

Partitura per la performance

1980 Sans Mot Dire

×    

19
80

Sans
Mot Dire

L’installazione ambientale ’Sans Mot Dire’ fu presentata nell’ambito di un progetto speciale della Biennale di Venezia. Di seguito uno scritto dell’artista che accompagnava l’opera e uno stralcio di un’intervista rilasciata in quell’occasione alla RAI nell’ambito della trasmissione “I pensieri di King Kong”.[read more=”Read More”less=”Read Less”]”Invertire il tempo dal presente al passato secondo il filo retrocedente della memoria; infrangere, opponendosi al trascinamento temporale, la fissità degli oggetti, i rapporti necessari tra essi, i loro vincoli: il tempo dell’opera è perciò ciclico, quello dell’ “eterno ritorno”, così come l’acqua, materiale fluido per eccellenza, allude ad un universo in cui fissità e permanenza sono bandite e perennemente le cose trascorrono da uno stato all’altro, così come i suoni liquidi e ripetitivi che riempiono l’ambiente eternamente si rincorrono in una fuga all’infinito. Posso dire della lotta del rame e del mercurio, l’acqua dei filosofi, della lotta delle due nature della bilancia e dell’acqua, posso dire dell’impulso verso il basso, della lotta per la fissazione, la coagulazione di quest’acqua principio e fine dell’opera; un’acqua fluente che continua incessantemente a rifluire come a divorare incessantemente se stessa. Non ho lavorato per ciò che può avere carattere di cosa compiuta, immobile e perfetta, anche se questa macchina autosufficiente di rame tende verso una legge d’ordine, d’organizzazione, di equilibrio che comunque non raggiunge mai. Ho lavorato pensando alla inafferrabilità, all’energia sottile delle trasformazioni, pensando ai principi arcaici di luna, donna, mestruo, che si contrappongono alla specializzazione, alla virtù contrattiva operante contro il mutamento.”
“… Una descrizione pura e semplice mi sarebbe impossibile: si tratta di tradurre, quindi di tradire un linguaggio in un altro. Posso dire che si tratta di una scultura costituita d’acqua, un’acqua che fluisce da un rubinetto di vetro e che cade su una grande struttura di rame in bilico sul suo asse; il buio dell’ambiente è interrotto da un parallelepipedo di luce che investe la struttura oscillante in un movimento ritmico e continuo; l’acqua, fluendo, si raccoglie in una parte di questa sorta di grande bilancia di rame, riempiendola sino a quando non trabocca, facendo così spostare tutta la struttura da un lato. Quindi l’acqua comincia subito a convogliarsi dall’altra parte che, una volta colma, ripeterà lo spostamento nel senso opposto. Una struttura in movimento ritmico e perpetuo, che riempie lo spazio di suoni liquidi e metallici, scandendo un tempo che è il tempo stesso dell’opera…
Sul fondo di un parallelepipedo nero e cavo è collocato un monitor rovesciato verso l’alto che invia l’immagine di una donna che compie un movimento ritmico di immersione ed emersione nell’acqua: attraverso il parallelepipedo/pozzo la visione viene veicolata dall’alto verso il basso, ripercorrendo la tipologia della ripresa televisiva effettuata con la medesima direzionalità così come accade per il suono che viene inversamente direzionato dal basso verso l’alto; come per la visione anche la registrazione su banda magnetica, un lavoro, questo, che ho appositamente elaborato per questo ambiente, realizza un percorso uditivo secondo linee prospettiche e punti privilegiati di fuga: un flusso sonoro verticale, quello promanantesi dal parallelepipedo, si combina, interferisce con quello orizzontale, oscillatorio, dell’acqua e del rame.”[/read]

Sans Mot Dire. ‘Il tempo e la memoria nella società contemporanea’. Chiesa di San Lorenzo, Biennale di Venezia, Settore progetti speciali, 1980 [PE0003]

1978 Vibractions

×    

19
78

Vibractions

Nel febbraio del 1978 si apre a Milano, in via S. Sisto 6, Sixto/Notes, centro sperimentale di arti visive. Intento dei fondatori -Ferruccio Ascari, Luisa Cividin, Daniela Cristadoro, Roberto Taroni-[read more=”Read More”less=”Read Less”]era quello di operare lungo due linee direttrici: la costituzione di un archivio di documentazione di films e video d’artista e la realizzazione di rassegne di installazioni e performances che rendessero conto del clima di ricerca di quegli anni in Italia, in Europa e negli Stati Uniti. L’interesse del centro era rivolto principalmente ad esperienze che si muovevano all’interno della contaminazione e dello sconfinamento dei vari linguaggi coll’intento di ridefinire il territorio dell’arte, i suoi confini, individuandone le linee di tendenza.
E’ in questo contesto che si situa “Untitled” , installazione sonora/performance di Ferruccio Ascari, ideata e realizzata nell’ambito di una rassegna di installazioni sonore che presentava in anteprima lavori site-specific di Lanfranco Baldi, Cioni Carpi, Giuseppe Chiari, John Dancan, Walter Marchetti, Gianni Emilio Simonetti, Roberto Taroni, insieme a materiali sonori di estrema attualità relativi al lavoro di alcuni rappresentanti della ricerca artistica più radicale di quegli anni: Ant Farm, BDR Ensemble, Nancy Buchanan, Chris Burden, Dal Bosco-Varesco, Guy de Contet, Douglas Huebler, Layurel Klick, Laymen Stifled, Paul Mc Carthy, Fredrick Nilsen, Barbara Smith, Demetrio Stratos. “Untitled”, l’installazione sonora di Ferruccio Ascari era, in tale contesto, un esempio emblematico di un filone di ricerca, tipico di quegli anni, che vedeva indissolubilmente congiunti elementi visivi e materiali sonori, in un percorso analitico che partiva da una riflessione sulle categorie di spazio e di tempo all’interno dell’arte.
Paradossale assunto di fondo di “ Untitled” era quello di misurare lo spazio attraverso ilsuono, o meglio, di trovare un suo equivalente sul piano sonoro.” Percorrerlo, coglierne le specifiche qualità volumetriche, dimensionali, visive, acustiche; misurarlo con il metro del tempo, trovare una legge che lo governi e stabilisca una relazione con il soggetto che l’attraversa; farlo rispondere a sollecitazioni sonore per scoprire il suo “Suono”, l’unicità e l’irripetibilità del suo risuonare in rapporto a cio che in esso accade” : così Ferruccio Ascari, in uno scritto di presentazione di questo suo lavoro. “ Untitled” venne successivamente riproposta col titolo di Vibractions I e Vibractions II ed esiti, non solo sonori, ogni volta differenti in due diversi luoghi: la settecentesca Cappella del Collegio Universitario Cairoli, a Pavia nel ’79 , il teatro Aut/Off di Milano nell’80.
I rapporti spaziali qualificanti il luogo in cui di volta in volta l’installazione si situava /tipologia architettonica/volumi/ dimensioni/ venivano letteralmente ri-prodotti, ri-presentati attraverso un reticolo di corde armoniche che percorrevano l’ambiente lungo il pavimento, le pareti, il soffitto. Le corde armoniche, erano ancorate ai due estremi a tronchi di cono metallici che fungevano da cassa di risonanza. Il ‘materiale sonoro’ – progettato e realizzato secondo proporzioni matematiche ricavate dai rapporti volumetrici dell’ambiente – diveniva in tal modo lo strumento con cui indagare la specificità acustica dello spazio, coglierne l’identità più riposta, ‘ scoprirne il suono’, come diceva Ascari, ossia rivelarne l’anima. Il momento della ‘rivelazione’ era affidato alla performance, durante la quale l’ambiente/strumento veniva ‘suonato’ da un numero sempre variabile – in relazione allo spazio dato – di strumentisti/attanti: ciascuno dei quali con plettri, archetti di violino, martelletti, metteva in vibrazione le corde armoniche, eseguendo una partitura anch’essa desunta – attraverso proporzioni matematiche – dai rapporti volumetrici informanti lo spazio.
Da un’ampolla collocata sul soffitto gocce d’acqua cadevano con regolarità su di un grande disco di metallo ancorato tramite molle ad un treppiede : il loro suono, amplificato attraverso un microfono scandiva il tempo dell’evento, la sua durata. Un filmato a loop riproducente l’ambiente nella sua perimetralità mentre veniva percorso dagli attanti/strumentisti, veniva proiettato sull’ambiente stesso: il proiettore posto su di una base rotante ripercorreva otticamente il tracciato percorso dagli strumentisti medesimi. Untitled si costituiva pertanto su tre piani in stretta relazione: l’installazione, la performance, il filmato.
Nell’installazione le corde armoniche che percorrevano le pareti secondo una scansione spaziale determinata matematicamente, tendevano a farsi suoni ”visibili”
concettualmente, ancor prima o comunque al di là dell’essere fatte vibrare.
Nella performance l’azione esercitata sulle corde era atto di “ dis/in/canto, nel senso primo della parola, che produce vibrazioni appunto. Le vibrazioni nel loro risuonare e smorzarsi creavano nello spazio una sorta di movimento immateriale, tendevano a diventare immagini “acustiche”. L’intero ambiente diveniva dunque uno strumento percorso da corde armoniche.
Il filmato riproducente l’ambiente nella sua perimetralità, riproiettato sull’ambiente stesso, dava luogo ad una sorta di vortice visivo: la proiezione e l’azione si andavano indefinitamente annodando e sciogliendo in un rapporto di illusione/delusione.
Di questo lavoro, concettualmente e visivamente legato al clima di ricerca radicale di quegli anni sono rimasti alcuni materiali di lavoro, qualche scarno appunto, alcune foto e una registrazione sonora realizzata nella settecentesca Cappella del Collegio Universitario Cairoli, a Pavia, che ospitò nel 1979 una seconda versione di questo lavoro col titolo di Vibractions.
A più di trent’anni di distanza, nel 2012, Ferruccio Ascari riprenderà questo lavoro in una serie di installazioni ambientali tra cui Vibractions 2012 e Casa Anatta [Non Io][/read]

Manifesto “Audio Works”, Sixto notes, Milano, 1978

Vibractions II, installazione sonora, performance, Teatro OutOff, Milano, 1980 [PE0001]

Vibractions I, installazione sonora, performance, Cappella del Collegio Universitario Cairoli, Pavia, 1979

Untitled, installazione sonora, performance, Sixto Notes, Milano 1978

Disegni preparatori

Appunti di progetto

Video correlato: Vibractions 1978-2012. 06’34”, 2015

1977 porta solare

19
77

Porta
Solare

Porta Solare, che nella realtà avrebbe dovuto essere di dimensioni imponenti, è stata concepita per essere collocata in un luogo deserto[read more=”Read More”less=”Read Less”]e di dimensioni e altezza tali da essere visibile anche da molto lontano. Nelle intenzioni dell’artista si sarebbe trattato di una soglia, un segno che indicava un confine immaginario tra due territori in apparenza indistinguibili. Il progetto prevedeva inoltre che la porta emettesse, grazie a un congegno ad energia solare collocato al suo interno, un suono continuo in relazione all’intensità della luce: un sibilo sottile alle prime luci dell’alba avrebbe raggiunto l’apice allo zenit per poi digradare lentamente in relazione allo scorrere delle ore sino al silenzio notturno.[/read]

Porta Solare. Progetto di scultura sonora in rame, 1977 [S0013]