2019 Non Dimenticarmi

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Non Dimenticarmi

In occasione del cinquantenario della strage di Piazza Fontana a Milano Ferruccio Ascari ha progettato Non Dimenticarmi una scultura pubblica in memoria della ‘strategia, della tensione’ la serie di stragi che hanno insanguinato l’italia dal 1969 al 1980. Il tema della memoria, intesa come processo di ricostruzione del passato che si proietta nel presente, è sotteso a quest’opera che l’autore dichiara di aver concepito non come un monumento commemorativo, ma come “un dispositivo per attivare la memoria collettiva, uno strumento per contrastare la forza dissolutrice dell’oblio”. [read more=”Read More”less=”Read Less”]Una definizione coerente non solo con il significato di quest’opera, ma con tutti gli aspetti che la qualificano dal punto di vista delle scelte formali. In effetti Non Dimenticarmi prende le distanze dalla retorica del monumento: è un ‘racconto’ e i singoli elementi che la compongono sono altrettanti ‘pezzi’ di una narrazione il cui scopo è opporsi alla rimozione del passato.Non Dimenticarmi è un’installazione ambientale: due aspetti di rilievo della configurazione formale di quest’opera sono rappresentati dal suo essere attraversabile e dall’elemento sonoro. È costituita da otto gruppi di esili steli di ferro interconnessi da una fitta trama di linee sghembe. Ogni stelo rimanda a una vittima. Ogni gruppo – a partire da quello di Piazza Fontana – rinvia a sua volta a ciascuna delle stragi e al numero delle relative vittime. Ciascuno di essi è collocato su sottili lastre di ferro, piani geometrici irregolari, sospesi dal suolo che recano incisi e ben leggibili i nomi delle vittime a formare una sorta di costellazione [fig.1]. Lo spazio che separa ciascun gruppo dall’altro dà luogo ad un tracciato tortuoso che rende l’installazione simile a un arcipelago al suo interno percorribile: il suo attraversamento diviene pertanto un’esperienza coinvolgente, interattiva. [fig.2]. Ad ogni stelo, in cima ricurvo, è sospesa una piccola campana di bronzo. Il batacchio regge a sua volta un triangolo di ferro grande abbastanza da ospitare il nome della vittima, il luogo e la data della strage. Sollecitate dal vento le campane risuonano, diventano voci, le voci delle vittime, presenze. Presenze che invitano chi passa a non dimenticare per dare un senso alla loro morte, a ricordare perché ciò che a loro è accaduto non si ripeta. Lo stelo è un elemento formale che, diversamente declinato, compare ricorrentemente nelle opere di Ferruccio Ascari a partire dall’installazione Archi realizzata nell’ambito di una sua personale del 1982 (Milano, Galleria Mercato del Sale).In quel contesto si trattava di lunghi e sottili rami d’albero che, curvati tramite una corda armonica tesa ai due estremi, alludevano – con un implicito riferimento al filosofo greco Eraclito – alla contraddittorietà insita in ogni cosa, ossia all’arco come strumento musicale, generativo, ma anche possibile arma di offesa, di morte. Questione che si ripresentava in diverso contesto e declinazione nell’installazione Il nome dell’Arco(Monaco, Museo Lenbach,1983) dove un grande ramo d’albero curvo e ricoperto di foglia d’oro era Il fulcro attorno al quale ruotava un ambiente dodecagonale formato da 12 grandi pannelli attraversati da segni luminosi. Un decennio dopo, lo stelo come puro elemento naturale era l’elemento generativo di una grande installazione, Vayu, collocata in un luogo aperto, nella campagna senese, in prossimità dei resti di un’antica Abbazia (Abbadia Ardenga, 1999). In questo luogo carico di storia l’opera era parte di un complesso intervento dell’artista che si ispirava ai cinque elementi – etere, aria, acqua, terra, fuoco – che nella tradizione filosofica che sta alla base della disciplina dello Yoga, di cui l’artista è seguace – generano il cosmo in ogni sua manifestazione. Vayu è l’aria, il soffio che genera la vita: in questa installazione gli steli ricurvi occupavano un grande spazio aperto e, alla sommità di ciascuno, piccoli brandelli di tela, mossi dal vento, alludevano al principio vitale in perenne movimento. Come le campane alla sommità degli steli che ritroviamo in Non Dimenticarmi, anche i frammenti di tela agitati dal vento in Vayu, rimandano alla tradizione orientale delle campane e delle bandierine di preghiera, simboli di rigenerazione e di contatto con l’invisibile. In una recente installazione dell’artista, Luogo Presunto, declinata in diverse versioni lo stelo da elemento ligneo, tratto dalla natura, viene traslato in altro materiale, il ferro: diviene elemento generatore di una serie di architetture immaginarie, di archetipi di edifici, quali la palafitta, il cui significato simbolico è un chiaro rimando all’origine dell’architettura, alla sua relazione con la natura, e coi simboli che costellano la storia degli esseri umani e del loro abitare la terra. All’interno del percorso artistico di Ferruccio Ascari Non Dimenticarmi fa parte di una rosa di opere accomunate da un medesimo orizzonte: la memoria, nelle sue diverse accezioni, come elemento costitutivo della nostra identità. La relazione di quest’opera con il contesto urbano deve consentire la sollecitazione della memoria collettiva ed è per questo che la scelta del luogo in cui collocarla riveste un rilievo particolarmente importante di natura non solo simbolica. Non Dimenticarmi è stata infatti concepita per interagire con il passante, intercettare la sua attenzione; ogni suo elemento è stato pensato per evitare che col passare del tempo essa divenga opaca, venga assorbita nella ordinarietà del paesaggio. Le campane/voci assolvono questa funzione: percepite da chi passa, chiedono di poter raccontare la loro storia, di farsi sentire all’interno di quel racconto più grande che è la città col suo perenne flusso di persone indaffarate, distratte, di turisti intenti a fotografare e a fotografarsi. Un tema quest’ultimo che attraversava anche una recente mostra di Ferruccio Ascari, Silenzio, dislocata in tre straordinari luoghi di culto nel cuore di Milano: il Chiostro Piccolo della Basilica di San Simpliciano, la Rettoria di San Raffaele, la Cappella di San Bernardino alle Ossa. Il visitatore, invitato a compiere il tragitto che collega le tre sedi, si faceva protagonista di un’esperienza: la riscoperta di questi tre luoghi di intensa spiritualità, l’esperienza del silenzio, entravano in collisione col rumore della città come dispositivo di ‘stornamento’. Anche in questo caso, come in Non Dimenticarmi, l’opera, con la sua articolazione interna, intratteneva un rapporto attivo col tessuto della città, stabiliva con essa una relazione dialettica, sollecitava lo spettatore a porsi domande, in ultima istanza ad una ricerca di senso. In entrambi i casi il ‘luogo dell’opera’ è lo spazio pubblico dove le differenti generazioni, le diverse comunità s’incontrano per configurare, non senza conflitti, la propria identità, il proprio posizionamento rispetto a quel grande deposito che è la memoria personale e collettiva.[/read]

Fig. 1 Non Dimenticarmi, Planimetria Generale

 

Fig. 2 Non Dimenticarmi, Visual di Progetto

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1973 tra guardare e vedere PROVA DI PAOLO

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Tra Guardare
e Vedere

‘Tra Guardare e Vedere’ è la prima personale di Ferruccio Ascari allora ventiquattrenne. Il titolo della mostra indica, già da allora, un’attitudine analitica che rimarrà una costante della sua ricerca.[read more=”Read More”less=”Read Less”]Rossana Bossaglia, che presentò la mostra, parlava di “allegoria, nella quale il pubblico è chiamato a intervenire per cogliere, attraverso una serie di gesti… il senso della segregazione dell’opera d’arte. Nel percorso, i punti più rappresentativi (il quadro visto attraverso una serie di sportellini, le cui chiavi sono anche misteriosamente inservibili; il quadro nascosto dai veli che vanno lacerati; il piccolo quadro cui si giunge attraverso una perentoria indicazione direzionale costituita dalla striscia nera) tendono a risolversi come simboli, a operazione compiuta: cioè a rimanere come esempi dell’approccio, avvenuto o no.”[/read]

Tra Guardare a Vedere. Installazione ambientale, Collegio Cairoli, Pavia, 1973 [S0016]

Tra Guardare a Vedere. Manifesto originale della mostra, 1973
Tra Guardare a Vedere. Fotocopie tratte dalla pubblicazione realizzata come accompagnamento alla visita mostra, 1973

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Tra Guardare
e Vedere

‘Tra Guardare e Vedere’ è la prima personale di Ferruccio Ascari allora ventiquattrenne. Il titolo della mostra indica, già da allora, un’attitudine analitica che rimarrà una costante della sua ricerca.[read more=”Read More”less=”Read Less”]Rossana Bossaglia, che presentò la mostra, parlava di “allegoria, nella quale il pubblico è chiamato a intervenire per cogliere, attraverso una serie di gesti… il senso della segregazione dell’opera d’arte. Nel percorso, i punti più rappresentativi (il quadro visto attraverso una serie di sportellini, le cui chiavi sono anche misteriosamente inservibili; il quadro nascosto dai veli che vanno lacerati; il piccolo quadro cui si giunge attraverso una perentoria indicazione direzionale costituita dalla striscia nera) tendono a risolversi come simboli, a operazione compiuta: cioè a rimanere come esempi dell’approccio, avvenuto o no.”[/read]

Tra Guardare a Vedere. Installazione ambientale, Collegio Cairoli, Pavia, 1973 [S0016]

Tra Guardare a Vedere. Manifesto originale della mostra, 1973
Tra Guardare a Vedere. Fotocopie tratte dalla pubblicazione realizzata come accompagnamento alla visita mostra, 1973

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2015 Impermanenza Video

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Impermanenza
[Video]

All’origine del video ‘Impermanenza’ c’è un precedente lavoro, un’installazione del 2014 dal medesimo titolo: tre torri costruite con centinaia di rami di misura decrescente.[read more=”Read More”less=”Read Less”]Anche in questo video gli elementi di cui le tre architetture sono costituite escono dalla fissità dell’installazione, assumono vita autonoma, trovano una loro voce: la voce dei singoli pezzi di legno. Il loro differente peso, la loro differente densità, il diverso impatto con il suolo nell’istante del crollo fornisce il materiale per la traccia sonora che rappresenta un aspetto fondamentale di questo videowork.[/read]

Impermanenza e dintorni: Elena Scardanelli intervista Ferruccio Ascari[read more=”Read More”less=”Read Less”]
All’interno di Restless Matter, in un processo di continua trasmutazione che mi pare molto coerente con il senso che io intravedo in tutto il progetto, Impermanenza si trasforma in un video, anzi in qualcosa di ulteriore: un video che è anche un gioco, un gioco elementare, ma non superficiale che è quello di trasformare lo spettatore in giocatore sollecitandolo a far crollare le torri muovendo il mouse: qual è la posta in gioco?
Del video-gioco preferirei parlare dopo, ci sto ancora lavorando, posso intanto dirti qualcosa sul video: Impermanenza-video prende avvio da una tentazione, quella di uscire dalla fissità dell’installazione ambientale per entrare all’interno di una realtà immaginale del tutto differente, quella del cinema. Pur partendo da un identico soggetto, le due vie, parlando linguaggi diversi, si biforcano. L’installazione con tutta la sua precarietà, evoca un tempo invisibile, quello della avvenuta costruzione delle torri e dei crolli passati, testimoniati dai legni disseminati per terra; nel contempo emana ansietà per il ‘non ancora’, per un possibile ulteriore crollo, per un’imminente rovina. L’installazione ambientale è come sospesa tra un passato e un futuro, entrambi invisibili eppure, proprio per questo, capaci di farsi ‘presente’. Il filmato ostenta invece un presente continuo, del tutto illusorio, ma continuamente riproducibile. Mi spiego meglio: Impermanenza-video si compone di un numero di fotografie equivalente al numero dei legni che compongono le torri; ciascuna foto registra il progressivo innalzarsi delle torri, legno dopo legno; le mani che nella realtà li muovono – come accade in ogni stop-motion – non vengono mai ritratte. Sarà l’animazione delle foto a prestare alle torri un’autonomia che altrimenti non avrebbero mai posseduto: nel filmato le torri crescono (e de-crescono) come mosse da una loro propria volontà. L’installazione ambientale, offrendosi in tutta la sua precarietà, credo riesca a suggerire l’illusorietà di ciò che chiamiamo ‘reale’, il filmato, dichiarando fin dal primo fotogramma tutta la sua finzione, inventa – proprio attraverso l’illusione di movimento – una ‘sua realtà’ e chiede a chi guarda la complicità necessaria per entrare in quella illusione di secondo grado che è il cinema. Personalmente penso al film d’animazione come alla forma più originaria di cinema, comunque a quella che che più si dimostra capace di significare ciò che mi sta a cuore.
Quello del video-gioco è un linguaggio che mi sta interessando molto perché illusione e complicità qui si elevano all’ennesima potenza. Mi chiedi della posta in gioco: se l’illusione cinematografica è illusione di secondo grado rispetto a ciò che chiamiamo ‘vita’ e se l’illusione di ‘vita’ nell’interazione del video-gioco è ancora superiore all’illusione cinematografica, allora il giocatore nel video-gioco paradossalmente rischia più della vita.
Il suono è un altro elemento Importante di questo video. Non è qualcosa di estraneo alla natura degli elementi che compongono le torri. Anzi, proprio la loro voce fornisce il materiale per la composizione: è la voce dei singoli pezzi di legno con il loro differente peso, con la loro differente densità e il diverso impatto con il suolo nell’istante della caduta. Mi vuoi dire qualcosa in merito?
Come saprai, fin dai miei primi esordi artistici, quello del suono è stato uno degli elementi che più hanno contato nella mia ricerca. In questo lavoro per campionare la ‘voce’ di ogni singolo legno mi sono fatto aiutare da Nicola Ratti. Nicola ha eseguito queste registrazioni con la sensibilità che solo un musicista della sua vaglia può avere. Una volta attribuito ad ogni fotogramma il suono corrispondente a ciascun legno, montare il filmato è risultato essere come suonare uno strumento, come comporre sonorità attraverso il progressivo comporsi delle sequenze visive: un gioco assai catturante che riprenderò in un prossimo video, La freccia che colpisce il bersaglio vola per sempre.[/read]

Impermanenza. 01’37”, 2015 (teaser 0’50”)

Impermanenza, Backstage, 01’25”, 2015
Il video ripercorre, per brevissime sequenze, le diverse fasi di elaborazione di ‘Impermanenza’, dalla sua nascita nella casa di campagna di Ferruccio Ascari, all’installazione al Museo Tornielli – dove prima di disallestire viene girato un primo video con il crollo delle tre ‘torri’ – sino alle riprese in stop-motion nello studio dell’artista.

2012 Vibractions

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Vibractions
2012

Le sculture e le installazioni di questo periodo sono affiancate da opere su carta, spesso di grandi dimensioni: benché riprendano questioni che attraversano tutto il lavoro dell’artista,[read more=”Read More”less=”Read Less”]alcuni di questi lavori ci accostano più intimamente alla sua sfera personale, quasi alla sua fisicità. Si può parlare di una vicinanza, di una prossimità che si espone allo sguardo, in un ciclo di lavori intitolati Respiro. I grandi fogli di carta allineati su registri sovrapposti sono attraversati da fasci di linee sinuose che sfuggono verso i margini. Chi guarda è attratto dalla loro sottigliezza e insieme dalla loro evidenza, che fa ingannevolmente pensare a sottili filamenti, a capelli applicati sulla carta. Il segno è in realtà ottenuto con l’inchiostro, ma – come spiega l’artista -tale risultato è possibile solo attraverso una particolare disposizione fisica e mentale: “Per produrre questo segno è necessario un gesto compiuto con un pennello speciale, a setole lunghe, intinto nell’inchiostro. L’inchiostro che le setole trattengono viene scaricato con un gesto ampio, fluido, continuo. È importante il respiro: l’espirazione accompagna tutto il tragitto del segno sulla carta e l’aria contenuta nei polmoni viene scaricata in sincronia con lo scaricarsi dell’inchiostro di cui le setole sono imbevute. Le linee che attraversano il foglio hanno un loro andamento. Quelle modulazioni possono essere assimilate a quelle di un sismografo: la punta del pennello registra uno stato interiore come il pennino del sismografo registra i movimenti tellurici o quello dell’encefalogramma l’attività cerebrale”. È il respiro, dunque, il suo ritmo, che determina il movimento fluido delle linee che attraversano i fogli.[/read]

Vibractions 2012. Installazione ambientale, mobili, corde armoniche, pelliccia, Milano, 2012 [PE0017]

Vibractions 2012. Performance sonora, Spazio O’ Milano, 2012 [PE0017]

1995 Tattwa Maquette

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Tattwa
Maquette

Tattwa è parola sanscrita traducibile con “ essenza” , “elemento”. Indica ciò che fa sì che una cosa sia proprio quella e non un’altra: ovvero la natura sua più intima.[read more=”Read More”less=”Read Less”]Quella tantrica, come altre tradizioni, contempla oltre agli elementi Terra, Acqua, Fuoco, Aria, l’elemento Etere. È a questa tradizione di pensiero e di vita che io faccio riferimento.
In relazione ai cinque elementi come costituenti primi d’ogni cosa, del cosmo, ho concepito un ciclo di lavori iniziati nel 1995, un ciclo che non considero ancora esaurito.
In sanscrito i nomi dei cinque tattwa, i cinque elementi, sono rispettivamente: Prithvi, Apas, Agni,Vayu e Akasha
Ogni opera, all’interno di questo ciclo, rimanda ad un elemento in particolare. Ciascun elemento è luogo di corrispondenze: rimanda ad un colore, ad un suono, ad una figura geometrica, ad un’area del corpo, a una qualita della mente, ad uno dei cinque sensi, ad un punto cardinale.
La natura di tali opere è varia: spazia dall’affresco – per ognuno dei tattwa ne è stato realizzato uno, in luoghi sempre diversi – ad interventi che potrebbero essere definiti di land art, alla progettazione di cinque ambienti per la meditazione.
I cinque affreschi sono Yantra, supporti di meditazione: essi indicano un orizzonte che va oltre la pittura, forse oltre l’arte stessa.
I cinque ambienti, di cui ho progettato due varianti, sono Yantra tridimensionali fatti di spazio e di luce.
In essi ogni elemento – l’orientamento spaziale, la qualità dei materiali, il colore, la luce – risponde alla funzione per la quale sono stati concepiti.
L’ultimo lavoro in ordine di tempo è un progetto di tipo architettonico.
Si tratta di cinque ambienti per la meditazione, uno per ogni Tattwa.
Ogni stanza riceve luce da una vetrata la cui forma geometrica e il cui colore sono quelli dettati dalla tradizione tantrica.
Ferruccio Ascari[/read]

TW0004 – Tattwa. Maquette, 1995

1980 Sans Mot Dire

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Sans
Mot Dire

L’installazione ambientale ’Sans Mot Dire’ fu presentata nell’ambito di un progetto speciale della Biennale di Venezia. Di seguito uno scritto dell’artista che accompagnava l’opera e uno stralcio di un’intervista rilasciata in quell’occasione alla RAI nell’ambito della trasmissione “I pensieri di King Kong”.[read more=”Read More”less=”Read Less”]”Invertire il tempo dal presente al passato secondo il filo retrocedente della memoria; infrangere, opponendosi al trascinamento temporale, la fissità degli oggetti, i rapporti necessari tra essi, i loro vincoli: il tempo dell’opera è perciò ciclico, quello dell’ “eterno ritorno”, così come l’acqua, materiale fluido per eccellenza, allude ad un universo in cui fissità e permanenza sono bandite e perennemente le cose trascorrono da uno stato all’altro, così come i suoni liquidi e ripetitivi che riempiono l’ambiente eternamente si rincorrono in una fuga all’infinito. Posso dire della lotta del rame e del mercurio, l’acqua dei filosofi, della lotta delle due nature della bilancia e dell’acqua, posso dire dell’impulso verso il basso, della lotta per la fissazione, la coagulazione di quest’acqua principio e fine dell’opera; un’acqua fluente che continua incessantemente a rifluire come a divorare incessantemente se stessa. Non ho lavorato per ciò che può avere carattere di cosa compiuta, immobile e perfetta, anche se questa macchina autosufficiente di rame tende verso una legge d’ordine, d’organizzazione, di equilibrio che comunque non raggiunge mai. Ho lavorato pensando alla inafferrabilità, all’energia sottile delle trasformazioni, pensando ai principi arcaici di luna, donna, mestruo, che si contrappongono alla specializzazione, alla virtù contrattiva operante contro il mutamento.”
“… Una descrizione pura e semplice mi sarebbe impossibile: si tratta di tradurre, quindi di tradire un linguaggio in un altro. Posso dire che si tratta di una scultura costituita d’acqua, un’acqua che fluisce da un rubinetto di vetro e che cade su una grande struttura di rame in bilico sul suo asse; il buio dell’ambiente è interrotto da un parallelepipedo di luce che investe la struttura oscillante in un movimento ritmico e continuo; l’acqua, fluendo, si raccoglie in una parte di questa sorta di grande bilancia di rame, riempiendola sino a quando non trabocca, facendo così spostare tutta la struttura da un lato. Quindi l’acqua comincia subito a convogliarsi dall’altra parte che, una volta colma, ripeterà lo spostamento nel senso opposto. Una struttura in movimento ritmico e perpetuo, che riempie lo spazio di suoni liquidi e metallici, scandendo un tempo che è il tempo stesso dell’opera…
Sul fondo di un parallelepipedo nero e cavo è collocato un monitor rovesciato verso l’alto che invia l’immagine di una donna che compie un movimento ritmico di immersione ed emersione nell’acqua: attraverso il parallelepipedo/pozzo la visione viene veicolata dall’alto verso il basso, ripercorrendo la tipologia della ripresa televisiva effettuata con la medesima direzionalità così come accade per il suono che viene inversamente direzionato dal basso verso l’alto; come per la visione anche la registrazione su banda magnetica, un lavoro, questo, che ho appositamente elaborato per questo ambiente, realizza un percorso uditivo secondo linee prospettiche e punti privilegiati di fuga: un flusso sonoro verticale, quello promanantesi dal parallelepipedo, si combina, interferisce con quello orizzontale, oscillatorio, dell’acqua e del rame.”[/read]

Sans Mot Dire. ‘Il tempo e la memoria nella società contemporanea’. Chiesa di San Lorenzo, Biennale di Venezia, Settore progetti speciali, 1980 [PE0003]

1982 Archi

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Archi

Archi. Installazione ambientale, Rami d’albero curvati e pigmento, Milano, Galleria Mercato del Sale, 1982 [S0001]

Archi. Installazione ambientale, Rami d’albero curvati e foglia d’oro, 1982 [S0002]

2016 per metameria

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Metameria
[Video]

Per Metameria – come accade in altri video appartenenti a restlessmatter.net, progetto concepito da Ferruccio Ascari per il web – prende avvio da un’omonima scultura in ferro del 2006 composta da 23 elementi.[read more=”Read More”less=”Read Less”]
Come altre sue opere di questo periodo, essa appartiene ad un ciclo di lavori che ruotano attorno alla questione della simmetria e della sua rottura, alla dialettica tra l’ordine come principio di stabilità e il disordine come fattore generativo. Nella versione del 2006 gli elementi costitutivi erano disposti su di un piano, lungo un asse longitudinale, in ordine decrescente e simmetrico rispetto ad un elemento centrale, secondo un ritmo di crescendo e diminuendo, come affermava l’artista con una espressione mutuata dal linguaggio musicale. Nel video quest’ordine viene disarticolato. I singoli elementi si dispongono nello spazio senza una regola precostituita, oscillanti in una sorta di ‘moto perpetuo’ che è in realtà esito del montaggio delle sequenze (come viene svelato nel video correlato Per Metameria Backstage). Le sonorità che derivano dall’attrito di ciascun elemento col piano del pavimento sono all’origine della traccia sonora che accompagna il video. La qualità del suono scaturisce dal materiale di cui essi sono costituiti – il ferro – e dalla diversa risonanza di ciascun elemento in relazione alla sua forma e alle sue dimensioni.[/read]

Per Metameria, 02’45”, 2016 (teaser 1’04”)

2016 la freccia che colpisce il bersaglio vola per sempre Video

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La Freccia che
Colpisce il Bersaglio
Vola per Sempre

[Video]

Con il titolo La freccia che colpisce il bersaglio vola per sempre vengono indicati due video – di cui uno è un loop – entrambi tratti da un’omonima scultura[read more=”Read More”less=”Read Less”] di Ferruccio Ascari del 2007 composta da quattro elementi in terracotta bianca.
Ognuno di questi elementi è composto da una serie di tronchi di cono concentrici, di diametro decrescente, collocati uno dentro l’altro. I cerchi concentrici, digradando verso l’interno, attraggono lo sguardo, lo risucchiano verso un punto interno infinitesimale, un immaginario punto di fuga nel quale lo sguardo si perde dando luogo a un vortice visivo. Uno sguardo che è assimilabile ad una freccia che non trovando più ostacoli, vola – come il titolo dell’opera suggerisce – per sempre, all’infinito. Uno sguardo senza oggetto, dunque, che si perde in un vuoto per molti versi paragonabile alla condizione che si raggiunge in uno stato meditativo della mente. La traccia sonora che accompagna il video è stata elaborata a partire dal suono prodotto percuotendo ogni singolo elemento della scultura.[/read]

La Freccia che Colpisce il Bersaglio Vola per Sempre, 2’22”, 2016 (teaser 0’34”)
La Freccia che Colpisce il Bersaglio Vola per Sempre, loop, 2016