2012 Opera Ultima

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Opera
Ultima

1) Opera Ultima come Work In Progress. Opera in tensione. Tendente ad essere. Opera in corso d’opera.
Incompiuta. In agonia. Lavoro di cui venire a capo. Finalmente.[read more=”Read More”less=”Read Less”]2) Opera Ultima come Capo-Lavoro. Non primo di tutti i lavori, il più eccelso di un’intera
opera d’artista, ma ultimo lavoro d’apprendista. Opera Ultima come fine d’un apprendistato.
3) Opera Ultima come Caput Mortuum. Come ciò che, da ultimo, resta. Parte finale d’un lento processo.
Feccia oscura, inerte. Residuo, senza utilità. Scoria, caput mortuum, merda. (Questione ulteriore se da quest’ultima, dalla merda, possa trarsi oro).
4) Opera Ultima come Opera Aurea. Comunque, mai al di qua della sua bellezza. Oro-oro. Anche letto alla rovescia, oro. Al di là dell’utile, comunque.
5) Opera Ultima come Opera Senza Utilità. All’Utile inassegnabile. Essenziale. E inutile.
6) Opera Ultima come Opera Vana. Spazio. Materia sottratta alla materia per fare il vuoto, per creare proprio quella cavità, il vano necessario. Vuoto che accolga, vano che racchiuda.
7) Opera Ultima come Esorcismo. Scongiuro tentato contro la paura del vuoto. Del nulla.
E, assieme allo sgomento, alla paura che comunque permane, irresistibile l’attrazione per ciò che non è dato conoscere. La tentazione estrema.
8) Opera ultima come Eskaton.[/read]

Opera Ultima. Terracotta, misure variabili, 2012 [S0031]

2008 Vayu

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Vayu

“Questa vita, cercandone il senso, è passata quasi tutta. Ancora me lo chiedo che senso abbia e uno straccio di risposta non mi viene. Ricerca infinita e infinito fallimento.[read more=”Read More”less=”Read Less”]Di quest’incapacità Vayu è paradigma: orci senza fondo. Cos’è un vaso senza fondo? Che te ne fai? Niente. Ti ricordi Eolo? Custodiva le anfore in cui Zeus aveva rinchiuso i venti. Vasi capaci di contenere l’incontenibile. Questi invece sono orci senza capacità. Sono fatti così, fatti per non contenere. Niente. Irrimediabilmente vuoti, li attraversa il vento. Stanno lì, vani, a dimostrare tutta la loro assoluta, irreparabile vanità.”
Vayu, come Odradek, Fiori e Insiemi Instabili, appartiene a un gruppo di lavori in cui la molteplicità degli elementi “in assenza di un ordine riconoscibile evidente – come dice l’autore – sembra rispondere a una pura esigenza di crescita; quasi seguissero un loro impulso segreto, si espandono là dove trovano minore resistenza”.
La forma – le infinite, mutevoli forme in cui il vivente si manifesta – è frutto di questo impulso che non conosce quiete, mosso da una volontà generativa incontenibile che pare non avere altra finalità se non quella riproduttiva.
In Vayu, venti elementi di forma simile, ma di diversa misura, sono collocati a terra in ordine sparso. Il titolo dell’opera è una parola sanscrita traducibile con “vento”, “aria”, “corrente”. Si tratta di orci, di contenitori senza fondo che pertanto, paradossalmente, non possono contenere nulla. Vasi destinati a non essere riempiti, la cui forma evoca e al contempo nega la dialettica vuoto-pieno che caratterizza la forma e la funzione di ogni contenitore. Attraversati dall’aria, questi orci evocano il vuoto e insieme la sua irrappresentabilità.[/read]

Vayu. Terracotta, 20 elementi, dimensioni variabili, 2008 [S0027]

2008 Latte nero

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Latte
Nero

Latte nero è un’installazione ambientale composta da ottantatre elementi in terracotta bianca che ricordano per forma il seno femminile,[read more=”Read More”less=”Read Less”]un seno cavo però che rivela una voragine oscura. Simili, ma di diverse dimensioni, i singoli elementi si dispongono come in fuga lungo la parete, apparentemente senza un ordine predeterminato. L’opera si ispira nel titolo a una famosa poesia di Paul Celan che si apre con uno sconvolgente ossimoro: il latte simbolo di nutrimento e vita si rovescia nel suo contrario, nella sottrazione del cibo e quindi nella morte. Nell’opera di Ascari il contrasto si manifesta nell’opposizione tra la pienezza, il turgore della forma, e il nero vuoto che essa dischiude: un vuoto che è non solo sottrazione, ma vertiginosa attrazione verso l’infinito.[/read]

Latte Nero. Terracotta, 84 elementi dimensioni variabili, 2008 [S0025]

2008 Fiori

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Fiori

“Non esistono dati, ma solo eventi e movimenti… La realtà non è costituita da cose che essenzialmente sono e accidentalmente divengono[read more=”Read More”less=”Read Less”]- afferma l’artista a proposito di questi suoi lavori – ma da processi, ossia da un essenziale divenire… Le cose non sono nel tempo, ma sono tempo”. Un divenire che si snoda sotto i nostri occhi in Fiori, una colonia di oggetti ibridi, in continua trasformazione, che vengono colti e fissati per un istante all’interno di un processo di continua metamorfosi.[/read]

Fiori. Terracotta, 24 elementi 9x11x20 cm ca., dimensioni variabili, 2008 [S0023]

2007 La Freccia che Colpisce il Bersaglio Vola per Sempre

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La Freccia che Colpisce
il Bersaglio Vola
per Sempre

Attorno all’idea di centro come origine, luogo da cui dipartono infinite direzioni, o come fuga verso un punto infinitesimale, ruotano la scultura in ferro Omphalos,[read more=”Read More”less=”Read Less”]una serie di disegni a inchiostro con il medesimo titolo e La freccia che colpisce il bersaglio vola per sempre, scultura in terracotta bianca i cui quattro elementi sono a loro volta costituiti da una serie di sottoelementi concentrici digradanti verso l’interno a formare una sorta di vortice visivo. Omphalos è un termine appartenente ai greco antico che vuoi dire “ombelico”, ma anche “cordone ombelicale”, “centro della Terra”. L’omphalos è il centro del corpo umano, ma è anche, significativamente, una cicatrice che testimonia del momento in cui siamo stati separati dal corpo materno che ci ha ospitati e generati; esso è la traccia tangibile di una separazione, ma anche della conquista di una vita autonoma.
Ne La freccia che colpisce il bersaglio vola per sempre il centro non è generativo; i cerchi concentrici attraggono lo sguardo, Io risucchiano verso un punto interno infinitesimale, dando luogo a un vortice visivo. Questo punto infinitesimale non è pensato come il centro o l’estremo del mondo, come del resto non Io era in Omphalos. Si può invece dire che è proprio questo “vortice”, questo girare in un movimento ritmico di essere e non-essere, di visibile e invisibile che è proprio di tutte le cose, a essere pensato come senso estremo del mondo. La relazione tra questi lavori si manifesta dunque come tensione, come contesa tra due polarità: non squarcio, ma intensa intimità del reciproco appartenersi dei due contendenti.[/read]

La Freccia che Colpisce il Bersaglio Vola per Sempre. Terracotta, 4 elementi dimensioni variabili, 2007 [S0021]

La Freccia che Colpisce il Bersaglio Vola per Sempre. Modellino in carta, 2007 [S0021]

La Freccia che Colpisce il Bersaglio Vola per Sempre. Terracotta, 4 elementi dimensioni variabili, 2007 [S0021]

2007 Come fosse in ascolto

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Come Fosse
in Ascolto

La relazione dialettica tra ordine-disordine, espansione-riflusso, densità-rarefazione, così come la vitalità generativa della forma, sono elementi che si ritrovano[read more=”Read More”less=”Read Less”]nelle molte sculture in ferro o in terracotta realizzate dall’artista a partire dal 2006: Metameria, Come fosse in ascolto, Latte nero, Odradek, Insiemi instabili, Fiori, Vayu, Omphalos, La freccia che colpisce il bersaglio vola per sempre. Ma anche in lavori recentissimi come l’istallazione realizzata per il Museo Comunale d’Arte Moderna di Ascona, dal titolo Memoriale volubile. Tutte queste opere sono composte da una serie di elementi simili, ma non identici per forma e dimensioni, il cui numero e la cui disposizione variano anche a seconda del luogo in cui sono collocate. In tutte l’imprescindibile relazione con lo spazio fa sì che esse si declinino in modi sempre diversi, mostrando una flessibilità, una capacità di adattamento che è tutt’uno con la volontà generativa che le attraversa. Gli elementi che le compongono tendono alla moltiplicazione in un movimento che, senza intaccarne la singolarità, li unisce e li coinvolge in una continua metamorfosi.
Sia Metameria, scultura in ferro costituita da ventitre elementi, che Come fosse in ascolto, composta da ventuno elementi in terracotta bianca, si dispongono su di un piano lungo un asse longitudinale, in ordine decrescente e simmetrico rispetto all’elemento centrale da cui si dipartono o, come afferma l’artista con una espressione mutuata dal linguaggio musicale, “secondo un ritmo di crescendo e diminuendo”. Entrambe ruotano attorno alla questione della simmetria e della sua rottura, alla dialettica tra l’ordine come principio di stabilità e il disordine come fattore generativo. Sia l’una che l’altra suggeriscono analogie con immaginarie strutture organiche, benché in realtà sia qui assente ogni intenzione di tipo mimetico: non si tratta di rappresentare – nel senso di riprodurre – alcunché di esistente, ma di porre in essere forme che rivelano la loro comune appartenenza a un mondo organico immaginario. In Come fosse in ascolto si realizza un equilibrio tra le singole parti che ha un andamento quasi musicale: dalla nota grave dell’elemento mediano, al progressivo acutizzarsi, nelle due opposte direzioni, verso quelli terminali. Il riferimento al suono presente nel titolo è anche riconducibile alla forma degli elementi che compongono la scultura, che ricorda anomali padiglioni auricolari e suggerisce l’idea di un misterioso dispositivo per l’ascolto.[/read]

Come Fosse in Ascolto. Terracotta, 21 elementi 550x55x30 cm ca., 2007 [S0020]